Dietro ogni Music Video K-pop si nasconde un processo creativo che coinvolge artisti, agenzie e registi. Dalla scelta del concept alle riprese, fino al montaggio, ogni decisione contribuisce a trasformare una canzone in un’esperienza visiva. Ma come nasce davvero un MV K-pop? Chi decide cosa vedremo sullo schermo? E quanto spazio hanno gli artisti nel processo creativo? A raccontarlo è Kim Jiwoo, regista e professionista dell’industria audiovisiva sudcoreana, che da dieci anni lavora nel settore.

Nel corso della sua carriera ha partecipato a produzioni per alcuni dei nomi più importanti del K-pop, tra cui RM dei BTS, BLACKPINK e SEVENTEEN, ricoprendo diversi ruoli dietro le quinte. Il suo percorso, però, è tutt’altro che convenzionale: Jiwoo si è avvicinato al mondo della produzione video grazie a una passione apparentemente lontana dalla musica. In questa intervista racconta il dietro le quinte dei MV K-pop, il rapporto creativo tra artisti e registi e alcune delle esperienze che hanno segnato la sua carriera, offrendo uno sguardo su un’industria in cui la ricerca estetica incontra l’espressione artistica.
Oltre la telecamera: la visione creativa di Kim Jiwoo
Nel corso degli anni hai lavorato a numerosi videoclip musicali, ricoprendo ruoli diversi. Puoi raccontarmi il tuo percorso professionale e come hai iniziato a lavorare in questo settore?
Ciao, sono Kim Jiwoo e lavoro nell’industria dei videoclip K-pop da dieci anni. In realtà, non ho mai studiato cinema. Potrà sembrare un po’ inaspettato, ma il mio percorso in questo settore è iniziato grazie a una bicicletta. Quando andavo a scuola, le biciclette a scatto fisso, comunemente conosciute come fixie, stavano diventando molto popolari. All’epoca ero profondamente appassionato di street fashion e, per me, una bicicletta a scatto fisso non era soltanto un mezzo di trasporto, ma anche un elemento davvero interessante di quella cultura e di quello stile. È così che ho iniziato ad andare in bicicletta. E siccome non sono mai stato il tipo di persona capace di stare fermo, ho cominciato naturalmente a interessarmi ai trick e alle acrobazie.

C’era una persona che mi filmava mentre andavo in bicicletta ed eseguivo le mie acrobazie. Dopo aver completato il servizio militare, mi ha contattato e mi ha chiesto se volessi lavorare con lui. È stato così che sono entrato per la prima volta nel mondo della produzione video. Ripensandoci, è davvero interessante vedere come siano andate le cose. Se non avessi mai iniziato ad andare in bicicletta, probabilmente non avrei mai incontrato la persona che mi ha introdotto in questo settore. In un certo senso, un hobby che non avrei mai immaginato potesse trasformarsi in qualcosa di più è diventato il punto di partenza della mia intera carriera.
Guardando i tuoi lavori, cosa pensi rappresenti meglio il tuo stile? C’è qualcosa che cerchi sempre di esprimere o raccontare attraverso le tue immagini, indipendentemente dal progetto a cui stai lavorando?
La cosa più importante che cerco sempre di catturare ed esprimere attraverso il mio lavoro è l’emozione autentica della persona che si trova davanti alla telecamera. All’inizio della mia carriera credevo che sviluppare uno stile visivo personale e distintivo fosse una delle cose più importanti per un regista. Volevo che le persone riconoscessero i miei lavori senza bisogno che qualcuno dicesse loro che li avevo diretti io. Pensavo fosse fondamentale avere un’identità visiva forte e riconoscibile. Ma con il tempo, il mio punto di vista è cambiato gradualmente.

Oggi attribuisco molta più importanza alla sincerità della persona davanti alla telecamera, così come a quella delle persone che lavorano dietro di essa per creare le immagini. Credo che, anche senza tecniche visive elaborate o effetti cinematografici straordinari, se le emozioni catturate sullo schermo sono autentiche, arriveranno naturalmente al pubblico. E se riesco davvero a catturare la sincerità di qualcuno attraverso la mia telecamera, non pensi che anche la mia sincerità come regista possa essere percepita da chi guarda? Forse è proprio questo che è diventato l’aspetto più importante del mio modo di dirigere e, in un certo senso, il mio stile personale.
Come nasce solitamente un Music Video K-pop? L’idea iniziale arriva dall’artista, dall’agenzia o dal regista? Quanto sono coinvolti gli artisti nella creazione del concept e dell’immagine del videoclip?
Dipende molto dal progetto. In generale, l’idea iniziale arriva spesso dall’artista o dall’agenzia. Dato che la musica è, in definitiva, il punto di partenza di un music video, a volte gli artisti hanno già in mente determinate immagini, storie o concept mentre stanno creando le loro canzoni. In altri casi, l’agenzia può avere un concept particolare o una direzione che desidera mettere in risalto per un album o per la prossima uscita di un artista.
Tuttavia, esistono anche progetti in cui la direzione creativa nasce principalmente dal regista. Per esempio, un artista o un’agenzia potrebbero rimanere colpiti dai lavori precedenti di un regista e decidere di affidargli l’intero processo creativo, dall’ideazione del concept fino alla sua realizzazione finale. A volte cercano un regista capace di portare una prospettiva completamente nuova alla loro musica, mentre altre volte desiderano qualcuno che possa contribuire ad ampliare l’universo artistico che hanno già costruito.

Anche il livello di coinvolgimento degli artisti varia notevolmente in base alla loro personalità. Alcuni hanno idee molto chiare sulla propria musica e sulla propria identità visiva, soprattutto quelli che partecipano attivamente al processo creativo. Spesso sanno già esattamente quali immagini, emozioni o messaggi desiderano esprimere. Quando lavoro con artisti di questo tipo, cerco sempre di iniziare ascoltando attentamente le loro idee e comprendendo ciò che vogliono davvero comunicare.
In conclusione, non credo che un music video sia qualcosa che un regista crea da solo. Credo che i risultati più interessanti nascano spesso quando la visione di un artista e la prospettiva di un regista si incontrano, ispirandosi reciprocamente in modi inaspettati.
Tra i progetti che hai diretto, EVER GREEN dei NOVASIA ha attirato particolarmente la mia attenzione. Puoi raccontarmi come è nato questo progetto e cosa volevi esprimere attraverso di esso?
Il gugak, ovvero la musica tradizionale coreana, è qualcosa con cui generalmente i coreani hanno familiarità. Tuttavia, proprio perché viene considerata musica tradizionale, a volte può sembrare antiquata o meno accessibile rispetto alla musica popolare contemporanea. Poi ho incontrato due artiste, Dahn e Rico, che stavano creando una musica unica nel suo genere, utilizzando i suoni e gli strumenti della tradizione musicale coreana. Insieme formano le NOVASIA.
Trascorrendo sempre più tempo con loro e confrontandomi a lungo sulla loro musica, ho iniziato a comprendere la loro visione, ciò che volevano realizzare e il tipo di mondo che speravano di creare attraverso il loro lavoro. Alla fine, mi sono ritrovato a far parte degli inizi del loro percorso musicale. Come ho detto prima, ciò che conta di più per me come regista è catturare emozioni autentiche e sincerità. Nel Music Video UEUEU dei NOVASIA, c’era un’energia incredibilmente potente che emergeva nel vederle eseguire la loro musica con assoluta sincerità.
Il mio intento era catturare quell’energia nel modo più autentico possibile e permettere al pubblico di percepirla. Con EVER GREEN, invece, volevo affrontare le cose in maniera un po’ diversa. Avevo seguito il loro percorso sia da vicino che da lontano, assistendo alla nascita del loro universo artistico. Per questo progetto, volevo rappresentare quel mondo in modo naturale e fluido, quasi come il vento che attraversa la natura. Immaginavo le NOVASIA come esseri spirituali che vivono all’interno di una foresta, diventando gradualmente tutt’uno con la natura, fino a entrare in connessione con l’universo stesso.
Più che mostrare semplicemente due musiciste che si esibiscono in uno splendido ambiente naturale, volevo esprimere l’idea che la loro musica fosse parte della natura stessa e che l’energia da loro creata potesse espandersi oltre il mondo fisico, verso qualcosa di molto più grande. Per me, EVER GREEN è un’interpretazione personale degli inizi delle NOVASIA, della loro visione artistica e della passione autentica che nutrono per la propria musica.
Hai lavorato a progetti con alcuni artisti che oggi sono tra i nomi più importanti del K-pop, come RM dei BTS in Change e le BLACKPINK in Whistle. Cosa ricordi di queste esperienze?
La mia prima esperienza lavorativa con i BTS è stata incredibilmente emozionante e sorprendente. All’epoca, vedere da vicino la professionalità di RM e prendere parte a una collaborazione con l’artista internazionale Wale era qualcosa che mi entusiasmava al punto da riuscire a malapena a contenere l’emozione. Ciò che mi ha colpito di più è stato il loro atteggiamento. Il modo in cui affrontavano la musica, le performance e il processo produttivo era straordinario. Erano veri professionisti sotto ogni punto di vista e il loro atteggiamento sul set mi ha lasciato un’impressione indelebile.
Anche Whistle delle BLACKPINK è stato un progetto indimenticabile. All’epoca, il team creativo con cui lavoravo si recò persino in Giappone per alcune sessioni di brainstorming. Dedicammo moltissimo tempo a esplorare nuove idee visive e possibili direzioni creative per il videoclip. Ma ciò che rende le BLACKPINK particolarmente speciali per me è aver avuto l’opportunità di assistere alla loro crescita come artiste, dal debutto fino alle rispettive carriere soliste.
Ho lavorato con loro per la prima volta durante le riprese del videoclip di debutto, Whistle, e successivamente ho avuto l’occasione di incontrare nuovamente ciascuna delle componenti sui set dei rispettivi progetti solisti. Ricordo ancora l’energia fresca e giovanile che avevano al momento del debutto. Rivederle anni dopo come artiste soliste è stata un’esperienza completamente diversa.
Erano cresciute enormemente, non soltanto come performer, ma anche nella consapevolezza della propria musica, della propria identità visiva e del modo in cui desideravano esprimersi davanti alla telecamera. Osservandole assumere pienamente il controllo delle proprie performance e della propria espressione creativa, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti ad artiste che avevano raggiunto un livello straordinario di professionalità.
Poter ricordare gli inizi di un’artista e poi incontrarla nuovamente anni dopo, quando ormai è diventata una superstar mondiale, è un’esperienza davvero speciale. È uno di quei momenti che mi ricordano quanto possa essere significativo lavorare in questo settore.
Quando guardiamo un MV K-pop, spesso pensiamo che tutto ciò che vediamo provenga direttamente dall’artista o dall’agenzia. C’è qualcosa del processo di realizzazione di questi video che, secondo te, il pubblico e i fan generalmente non conoscono?
Uno degli aspetti più interessanti della realizzazione dei videoclip è che le cose non vanno sempre come erano state pianificate inizialmente. A volte, una scena studiata e preparata con cura per molto tempo finisce per apparire completamente diversa da come l’avevamo immaginata, una volta arrivati effettivamente sul set. D’altra parte, un’idea spontanea che nasce durante le riprese può trasformarsi in uno dei momenti migliori dell’intero video. E poi c’è il processo di montaggio, durante il quale tutto può cambiare ancora una volta.

Anche lavorando esattamente con le stesse riprese, il risultato finale può trasmettere sensazioni completamente diverse a seconda delle inquadrature che scegli, di come le disponi e del momento preciso in cui compaiono in relazione alla musica. Trovo questo processo affascinante. Ci sono momenti in cui durante le riprese accade qualcosa di completamente inaspettato che, successivamente, attraverso il montaggio, assume un significato del tutto nuovo.
Il fatto che una decisione creativa apparentemente piccola possa cambiare completamente l’atmosfera o l’emozione di un video è qualcosa che trovo incredibilmente entusiasmante. È uno dei motivi per cui amo realizzare film.
La mia ultima domanda è sempre un piccolo gioco: se potessi tornare indietro nel tempo, quale consiglio daresti a te stesso prima di lavorare per la prima volta su un set?
«Penso che avresti potuto essere un po’ più audace.» Ripensandoci, a volte sento che avrei potuto correre qualche rischio in più, sperimentare di più e avere meno paura di commettere errori. Ma, allo stesso tempo, credo che ogni decisione che ho preso e ogni esperienza che ho vissuto abbiano contribuito a plasmare la persona che sono oggi.
Quindi non vorrei necessariamente dire al me stesso più giovane di cambiare qualcosa in maniera drastica.
Se potessi dargli soltanto un altro consiglio, sarebbe questo: «Se c’è qualcosa che vuoi davvero fare, non esitare. Buttati e basta. E impegnati un po’ più di quanto pensi sia necessario!»